ASCENSIONE DEL SIGNORE - Anno B
Luigi Pozzoli


Atti 1,1-11
Salmo 46
Efesini 4,1-13
Marco 16,15-20


 

TRA NOSTALGIA E FEDE


Nell’evento dell’ascensione si intrecciano diversi sentimenti.
II primo lo possiamo intuire: è la nostalgia. Questo sentimento dolce-amaro che si prova quando ci si trova separati da qualcosa o da qualcuno che noi amiamo.
I discepoli stanno per separarsi da una stagione indimenticabile della loro vita.
L’ascensione segna un’immensa assenza.
È finito il tempo in cui lungo le strade della Palestina avevano conosciuto l’entusiasmo delle folle.
È finito anche il tempo delle apparizioni e delle visioni inaugurato da quello straordinario mattino di Pasqua, presso la tomba vuota.


L’ascensione inaugura un’immensa assenza e quindi, nei discepoli, un’immensa nostalgia che si avverte nella domanda posta a Gesù: «E questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?».
Anche a noi a volte succede di riandare a tempi lontani, quando forse la presenza del signore ci sembrava, per così dire, a portata di mano, con emozioni e fervori che poi non abbiamo più conosciuto.
Dove sono finiti quei tempi? Perché non ritornano più?
E la nostalgia può essere grande.

 


C’è un altro sentimento nell’evento dell’ascensione, rappresentato dallo sguardo dei discepoli rivolto verso l’alto. È il sentimento della speranza.
La nostalgia si converte in attesa o, se si preferisce, in nostalgia del futuro.

Là dove Gesù si inoltra con tutta la sua umanità, siamo attesi anche noi con tutta la nostra umanità.
Con la sua ascensione ci dà appuntamento nel cuore stesso della vita di Dio dove saremo totalmente liberi: liberi da tutto ciò che ci fa soffrire, liberi per la verità, la bellezza, l’amore.
Gesù è il nome della nostra nostalgia senza fine.
Se Dio ci avesse creato per la morte, noi saremmo parvenze effimere e tristi della vita e dell’amore: sospiri inutili, gesti vuoti, parole perdute.
Purtroppo viviamo in una società che non solo ha cancellato l’idea ingenua di un paradiso collocato sopra il tetto del mondo e di un inferno sprofondato nelle sue viscere, ma anche l’idea di un futuro che travalichi le nostre misure di tempo e di spazio.
Il pericolo è che anche noi perdiamo di vista la speranza cristiana e diamo alla speranza un respiro corto, incapace di proiettarci oltre la storia e il mondo.
Come cristiani dovremmo essere tutti dei cospiratori (è una bella parola di cui abbiamo perso le origini), persone, cioè, che respirano insieme la stessa aria, la stessa speranza.

Dobbiamo amare appassionatamente questa terra che il Cristo ha amato tanto da lasciare, secondo una tradizione, l’impronta del suo piede, ma non dobbiamo restare prigionieri di questa terra.
Contemplare l’ascensione è sentire come una carezza che viene dal futuro di Cristo e dal nostro futuro.
C’è un altrove che ci attende. Cristo ci ha indicato la direzione.
E questa direzione ciascuno deve custodirla nel proprio cuore, come un segreto a cui attingere quotidianamente le ragioni della propria speranza.

Nell’evento dell’ascensione c’è un terzo sentimento strettamente collegato alla nostalgia e alla speranza.
Può essere richiamato da un bassorilievo di legno policromo che mi è capitato di vedere anni fa e che mi ha colpito per l’interpretazione originale che l’artista (un anonimo del XVI secolo) ha dato del mistero dell’ascensione.
Al centro e sul fondo, in mezzo alle nuvole, si vedono i piedi di Gesù che lasciano immaginare il suo elevarsi per raggiungere, come si legge nel Vangelo di Marco, «la destra di Dio».
Attorno a questo elemento centrale, gli undici discepoli con gli occhi rivolti verso il cielo, mentre Maria (sì, c’è anche la madre di Gesù) guarda davanti a sé, quasi a interrogare il futuro della chiesa.
Ma in questo bassorilievo ci sono tredici personaggi.
Chi è il tredicesimo, vestito con un mantello rosso, che guarda nei vostri occhi, di voi che contemplate la scena?
È Cristo stesso.
È sulla sponda delle nubi e sulla soglia delle nostre case.
È presso il Padre ed è con noi.

L’ascensione, che inaugura un’immensa assenza, inaugura anche un’immensa presenza: presenza diffusa, dilatata, moltiplicata.
Lutero arrivava a dire che la presenza di Cristo riempie l’universo intero: «È presente in ogni luogo, anche nella più piccola foglia, attorno e all’interno delle sue nervature, sopra e sotto, dietro e davanti».
Vivere questa presenza è compito della fede.

Non avete mai provato, durante una celebrazione ad ascoltare la parola di Dio con docilità interiore?
Mi viene in mente quello che un personaggio di Claudel dice alla donna amata: «A mano a mano che tu parli, io esisto».
A mano a mano che tu parli, Signore, mi fai balzare dalla mia non-esistenza: sento che tutto prende senso.
Con un’altra immagine. Sergio Quinzio, che era un grande credente, diceva: «Leggere le Scritture è camminare sul mare verso il Signore che ci tende la mano».

Altri percorsi per scoprire la presenza di Cristo sono quelli indicati nel Vangelo: «Scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno ».
Vien fatto di pensare a tutte quelle persone, non sono poche che curano e accarezzano con le loro mani i corpi sofferenti con tenerezza e amore, o a quelle che scacciano i demoni della paura, dell’oppressione e della depressione o a quelle che parlano lingue nuove, non in circolazione nel mondo, lingue che hanno parole di perdono, di mitezza, di compassione.
Non è ancora Cristo che guarisce, che perdona, che scioglie dalle paure e dona la pace?

Ecco i miracoli di Cristo che si rinnovano oggi nel mondo.
E non è forse un grande miracolo anche il fatto che ci sia gente che riesce ancora a credere oggi, nonostante tutti i veleni presenti nella nostra cultura scettica e corrosiva?
Cercate i segni della mia presenza, dice Gesù.
E diventate voi stessi segni della mia presenza.

Per questo vi metto nelle vostre mani il mio Vangelo, la mia eucaristia, il mio spirito, il mio amore.
Saremo capaci di far capire che questa terra non è abbandonata da Dio, ma custodisce i passi silenziosi di un Dio che si è fatto uomo?
Se avremo interiorizzato la presenza di Cristo, ci sarà facile irradiarla come testimoni gioiosi e appassionati, pienamente immersi nella storia, ma anche protesi verso quella pienezza di libertà e di vita che il Cristo con la sua ascensione ha inaugurato anche per noi.

 




da:
don Luigi Pozzoli - Lacqua che io vi darò - commento alle letture festive

edizione Paoline 2005 pp129-133




 

 

 

 

 

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