VENERDÌ SANTO
monaci di Dumenza



Is 52,13-53,12; Sal 30; Eb 4,14-16; 5,7-9 ; Gv 18,1-19,42




Il lungo racconto della passione secondo Giovanni è incorniciato da un’immagine simbolica: il giardino. Inizia infatti con Gesù che, insieme ai suoi discepoli, si ritira a pregare in un giardino, al di là del torrente Cèdron, dove verrà arrestato. Il racconto si concluderà sempre in un giardino: «Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là ...posero Gesù». Questo significa che nel primo mattino del giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recherà in questo stesso giardino a cercare il corpo privo di vita di Gesù e lì incontrerà il Risorto, confondendolo non a caso con il `custode del giardino’.
Questo giardino, al quale Giovanni sembra attribuire grande importanza, può evocare più pagine della Bibbia: è il giardino in cui venivano sepolti i re di Giuda, è il giardino del Cantico dei Cantici, dove l’amata ritrova il suo diletto, dopo averlo perso. Evoca soprattutto le prime pagine della Genesi e il giardino della creazione, o meglio, l’intera creazione che Dio affida come un giardino ad Adamo, «perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15). A causa del loro peccato, Adamo ed Eva non avevano saputo adempiere al compito affidato, e il giardino si era trasformato in un deserto: «Maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo ... spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi» (3,17-19). Gesù - il vero custode del giardino - compie invece l’opera affidatagli dal Padre, fino a giungere a esclamare, morendo: «E compiuto!». In questo modo il deserto, nel mattino di Pasqua, torna finalmente a essere il giardino voluto da Dio.



 


Come Gesù custodisce e coltiva il giardino? Giovanni, per rispondere a questa domanda, ci sollecita a volgere lo sguardo verso quel costato trafitto, per entrare e dimorare nel cuore aperto di Gesù, nei suoi atteggiamenti, nel suo stesso modo di sentire. Evidenzio due tratti, tra i molti, di questo ‘sentire’ di Gesù.


Il primo tratto: il suo desiderio. Gesù muore gridando: «ho sete». Così Giovanni rilegge il grido di Gesù in Marco e in Matteo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Sono due grida simili: sulla croce Gesù sperimenta l’arsura, la sete di un Dio che sembra lontano, assente, che pare addirittura abbandonarlo. Ma quella di Gesù è una sete che trasforma il suo corpo martoriato in un pozzo, in una sorgente nuova: dal suo costato trafitto escono infatti acqua e sangue, simbolo dello Spirito, di quell’acqua viva che Gesù aveva promesso alla Samaritana e che ora, dall’alto della croce, viene donata all’arsura di ogni uomo e di ogni donna. Gesù «diventa ciò dal cui desiderio è consumato» (R. Vignolo).

Gesù ha sete e diviene acqua per dissetare la sete di altri. Tale dovrebbe essere anche il nostro desiderio . Noi siamo distratti, interiormente divisi, combattuti da molteplici desideri, spesso contrastanti tra di loro. Guardando all’umanità di Gesù giungiamo a comprendere che ciò che davvero sazia in profondità la nostra vita e placa la nostra sete è prenderci cura della sete di altri. Anche la nostra sete di Dio obbedisce alla stessa logica. Non si possiede Dio in un intimismo solitario ed egoistico, lo si incontra davvero, vivente e presente, lasciandoci da lui consegnare. Maria di Magdala lo sperimenterà nel mattino di Pasqua, quando il Risorto le dirà: «Non mi trattenere, ma va’ dai miei fratelli...». Quei fratelli che hanno abbandonato me, ma hanno abbandonato anche te e le altre donne; va’ da loro, chiamali fratelli con la parola del perdono e della riconciliazione, li mi incontrerai di nuovo. Anche i discepoli ascolteranno la stessa parola nel Cenacolo, nella sera di Pasqua: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi.
A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati... ».
Il Crocifisso chiede che la nostra sete, il nostro desiderio, trasformi la nostra vita in una sorgente di acqua viva per altri. Sarà quest’acqua a irrigare il suolo arido del deserto per farvi rifiorire il giardino.

Un secondo tratto: dopo aver gridato, Gesù entra nel silenzio della morte. Nel suo poema Cristo di Velérzquez Miguel de Unamuno commenta con questi versi il costato trafitto:

Ecco la bocca che la lancia aperse perché col sangue la passione parlasse, serrata l’altra bocca.

Quando la bocca di Gesù viene serrata dalla morte è il suo fianco trafitto a divenire bocca aperta, da cui esce la parola definitiva di Dio. Quel costato trafitto diviene la sola parola che riassume e compie tutte le altre parole di Gesù: le parole della sua preghiera, le parole del suo annuncio del Regno e del suo insegnamento, le parole dei segni e dei miracoli, le parole del perdono e della tenerezza di Dio.
Gesù stesso, il Verbo, il Logos di Dio, la parola ultima e definitiva del Padre, diviene un costato aperto che ci parla attirandoci dentro la sua stessa compassione.

Dove dimori?,
gli avevano chiesto i discepoli sin dal primo incontro con lui. Venite e vedete, era stata allora la risposta di Gesù; ora la risposta diventa: volgete lo sguardo al cuore aperto del Trafitto. Ecco la casa di Dio in cui dimorare, in cui finalmente imparare ad accogliersi gli uni gli altri, come fanno ai piedi della croce la Madre e il Discepolo amato, ecco la verità piena in cui lo Spirito ci conduce, lo spazio nel quale ci consente di abitare, il posto che con la sua Pasqua Gesù è andato a prepararci. Non si tratta soltanto di guardare verso il costato trafitto; siamo invitati a entrarvi, e lo possiamo fare ogni volta che quelli della compassione diventano i gesti della nostra vita, poiché ora quel costato trafitto - quella bocca aperta della rivelazione piena di Dio - dobbiamo riconoscerlo non più solamente nel corpo crocifisso di Gesù, ma nel corpo crocifisso dell’umanità. Li lo Spirito continua ad attrarci e a condurci. Perché il deserto torni a essere un giardino ha bisogno anche di queste case, di queste dimore costruite dai gesti di un amore ospitale, di un’accoglienza fraterna, di una cura e di una tenerezza vissute nella compassione stessa di Dio.

Fra poco baceremo il Crocifisso, in un gesto di adorazione e di venerazione., Ma il bacio per noi umani è soprattutto un gesto di amicizia e di affetto, di amore e di intimità. E il sigillo della comunione.

Che il nostro non sia, come quello di Giuda, un bacio che tradisce, ma un bacio che ci consente di accogliere la vita di Gesù, di accogliere il suo stesso sentire, di comunicare a tutta la verità del suo amore. Quello di Adamo ed Eva era stato anche un peccato di `impazienza’. Si erano subito impossessati del frutto dell’albero, senza avere la pazienza di attenderlo dal dono Dio.

Ora, dalla Croce, vero albero della vita piantato in mezzo al giardino, Dio ci offre gratuitamente il frutto buono, bello e desiderabile che ci fa vivere. Non abbiamo più bisogno di impadronircene con impazienza. Dobbiamo solo accoglierlo con la pazienza di chi sa attendere che pian piano, nella gradualità dei tempi e dei cammini personali, questo frutto trasformi la nostra vita, perché sia la nostra vita rigenerata a rinnovare il giardino della terra e della storia degli uomini.

 




da:
http://www.monasterodumenza.it/dati_dume/imma_testi/comm_dome/Anno_B/Vener_santo_B.pdf




 

 

 

 

 

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PROPOSTE DI MEDITAZIONI  - Desideriamo offrire testi spirituali, che possono essere di aiuto per nutrire la nostra fede e rafforzare la nostra vita in Cristo: sono un'occasione per confrontare la nostra esperienza cristiana con quella di testimoni 'antichi' e contemporanei. I testi sono presi da: Meditazioni per l'anno liturgico. Dagli Autori di tutti i tempi.

"Cristo è risorto, alleluia!" - Papa Francesco
"Cristo, nostra Pasqua, è immolato" - San Giovanni Paolo II
Benedetto colui che viene nel nome del Signore ... - sant'Andrea di Creta
La processione e la passione - Guerric D’Igny
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Nelle tue mani - Cirillo di Alessandria
La forza del sangue di Cristo - san Giovanni Crisostomo
Sacra Vigilia - Paolo VI

 

 

 

 

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