1 gennaio 2018: Maria Santissima Madre di Dio
Alessandro Pronzato



UNA FEDE PER I GIORNI FERIALI

...Maria, da parte sua,

serbava tutte queste cose

meditandole nel suo cuore... Luca 2, 16-21



Nell'ottava di Natale, all'inizio dell'anno civile, la liturgia ci presenta la figura di Maria Madre di Dio. Una presenza discreta, all'insegna della sollecitudine e della protezione materna, che ci accompagni lungo il filo dei giorni.
Vorrei proporre alla riflessione, in questa festa, due aspetti fondamentali, due atteggiamenti tipici della Madonna: la sua maternità oblativa, non possessiva, e la sua fede vissuta nel quotidiano (vorrei dire, una fede « feriale »).
Non mi piacciono certe Madonne che si tengono stretto il Bambino al petto. Pare abbiano paura che qualcuno glielo porti via, o anche soltanto lo tocchi.
Io le chiamo « Madonne accaparratrici ».
Quegli artisti non hanno capito nulla dell'atteggiamento fondamentale di Maria. Che è oblativo, non accaparratore.
Personalmente, tengo sul tavolo una piccola statua che mi è stata donata, nel Sahara, dalle «Petites Soeurs» di fratel Carlo De Foucauld.
La Vergine è protesa in avanti e le sue mani tengono il Bambino come una patena, per offrirlo.
Da parte sua, il Bambino, sorridente, sembra sfuggire dalle mani della Madre, tende le braccia quasi a cercare infinite altre braccia che lo accolgano.
Oserei dire che, sia nella Madonna che nel Bambino, si nota una specie di impazienza. L'impazienza del dono.

La Vergine, realmente, ha « messo al mondo » il proprio Figlio. Non ha preteso tenerlo per sé, come fanno troppe mamme. Lo ha dato al mondo, ossia agli uomini. È consapevole che quel Figlio non le appartiene.
È destinato agli altri. E un dono di Dio offerto a tutti.

 

 

 

 

E lei, prima ancora di darlo alla luce, l'ha portato ai legittimi destinatari, l'ha portato incontro agli uomini. La visita ad Elisabetta esprime, appunto, un dinamismo di partecipazione, la gioia del condividere, la volontà di lasciarsi espropriare della « cosa » più preziosa, non l'atteggiamento geloso di chi trattiene, custodisce per sé un tesoro.
La Vergine - per usare un'espressione classica - è un ostensorio. Ma un ostensorio che cammina.
Non è un ostensorio che tiene a distanza.
Al contrario, annulla le distanze.
Come non mi piacciono le Madonne accaparratrici, il cui abbraccio sembra soffocare e imprigionare il Figlio, così mi infastidiscono certi cristiani e certi gruppi che danno l'impressione di considerare il Cristo come loro proprietà privata, e il cristianesimo una faccenda « riservata », di loro esclusiva competenza.
C'è un individualismo (anche comunitario!) che rappresenta l'opposto della logica dell'essere-per-gli-altri vissuta dalla Madonna.
Cristo viene conservato al calduccio, vezzeggiato, protetto, in una atmosfera intimistica. Mantenuto al tepore « giusto », in un clima che gli eviti i bruschi sbalzi di temperatura, gli impedisca l'impatto con l'aria sferzante che tira fuori, nel mondo. Cullato con preghiere, formule, canti appropriati. Non una nota stonata, tutti gli aggettivi debitamente calibrati, un linguaggio « avvolgente », inconfondibile. Le pareti ovattate, in modo non arrivino i rumori della strada, le voci del mercato.
Insomma, Cristo fra i « suoi ».
Ma il Cristo è tra i suoi soltanto quando è « fuori », in mezzo alla gente comune, mescolato al popolo, seduto alla tavola dei peccatori.
Sì, lo so. Il seno della Vergine. La casa di Nazaret. Il momento della profondità.
Ma certi stili intimistici danno l'idea che il Cristo non debba mai vedere la luce, uscire all'aria aperta, e sia costretto a rimanere barricato, difeso, tutelato, al sicuro, nella casa di Nazaret.
La Madonna, invece, nell'episodio della visita ad Elisabetta, lascia subito la casa, non appena avverte quella Presenza nel proprio seno.
Fa capire immediatamente che il Figlio è al sicuro soltanto quando affronta le strade più difficili, quando « esce », si avventura lungo itinerari impervi.

Perché non si coglie questa lezione fondamentale della ragazza di Nazaret, della Madre di Dio?
Perché non si comprende che il cristianesimo non è un dono da « consumare » tra pochi, in una cerchia elitaria, ma una tavola dove c'è posto per tutti; non è una tremula fiammella ornamentale che crea un'atmosfera suggestiva nel nostro cenacolo particolare, ma un fuoco che deve divampare dovunque; non è una nenia, ma un canto poderoso che non ha nulla da temere da qualche voce stonata, purché caratterizzata dal timbro inconfondibile della vita (la vita reale, non quella artefatta)?
Il Cristo portato « fuori » dalla Madre si adatta più al fango, ai sassi, alle intemperie, alle case degli uomini, che alla moquette, ai muri trasudanti « esclusivismo », ai climi artificiali di certi cenacoli.

E, dopo le colpe degli artisti, ecco quelle di molti predicatori. I quali, quando devono parlare della Vergine, preferiscono immancabilmente la Regina delle vittorie, la Vergine trionfante, la Donna avvolta di luce e scortata dagli angeli e familiare con le stelle del cielo.
Si preferisce la chiave trionfalistica a quella, umile, del quotidiano.
Si scavalca, tranquillamente, la fase dei giorni feriali, dell'oscurità. E quindi si finisce, inevitabilmente, per ignorare precisamente la dimensione che dovrebbe renderci più vicina, familiare, la figura di Maria. Si trascura il suo « essere donna », alle prese con i nostri problemi, le nostre difficoltà. Si dimentica l'aspetto che Paolo VI ha messo in luce nella « Marialis cultus » (a proposito, non sarebbe il caso di rileggere e approfondire quel documento, passato quasi sotto silenzio, e che rappresenta invece una lezione di misura oltre che di amore?).
Per tornare agli artisti. Quadri famosi presentano la Vergine che « esibisce » il Bambino, al massimo gioca « compostamente » con lui, ma sempre assisa in trono, con l'immancabile sciame di angeli paffutelli che svolazzano nei dintorni. È rarissimo vedere la Madonna con una scopa o un'anfora in mano. Si preferisce presentarla in compagnia di esseri celesti, più che mostrarla mescolata alla gente del villaggio. E si crede di costruire con ciò la grandezza di Maria. Mentre, invece, si finisce per allontanarla dal nostro orizzonte abituale.
C'è una frase, nel vangelo di Luca, che conclude il racconto dell'Annunciazione, e che mi ha sempre impressionato: « ... E l'angelo si partì da lei ».
Non è certo un lieto fine. Semmai è un grandioso ma faticoso e impegnativo inizio.
Maria rimane sola. Più nessuna comunicazione straordinaria. Più nessun messaggio che rassicuri ed elimini i dubbi.
Il cammino lo deve compiere con l'aiuto della propria fede, non con l'assistenza speciale dell'angelo. Anche nella sua vita, come nella nostra, scoccheranno i « perché ». E la luce la dovrà ricavare attraverso le tenebre più fitte, non attraverso risposte prefabbricate. L'angelo ha esaurito il suo compito. Ha finito di parlare.
D'ora innanzi la Madonna dovrà interrogare gli avvenimenti quotidiani per sapere qualcosa.
« ... Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore ». Memoria e riflessione. Custodia e « accostamenti » delle varie vicende, per seguirne il senso, il filo conduttore.
E ogni volta che dirà « si » - prima ancora di aver capito approfondirà il significato del mistero della propria esistenza.
Ad ogni « sì », c'è un aumento di conoscenza.
Il « sì » anticipa la spiegazione.
L'abbandono fiducioso viene prima del ragionamento. L'accoglienza passa davanti all'indagine.
La strada la si conosce... percorrendola.
La verità la si trova... facendola.
Ecco, appunto, il paradosso che scandisce l'itinerario di fede della Madonna e che lei ha vissuto sino alle estreme conseguenze. Una fede valida anche per i nostri giorni feriali.

A tutti i lettori cui ho la gioia di partecipare la scoperta della Parola, auguro che il nuovo anno sia fatto di giorni sempre « nuovi », perché aperti alle sorprese di Dio.








da: Alessandro Pronzato “Pane per la Domenica” – Commento ai Vangeli Ciclo B

Gribaudi Editore 1984 - pp 38-41


 

 

 

 

 

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PROPOSTE DI MEDITAZIONI  - Desideriamo offrire testi spirituali, che possono essere di aiuto per nutrire la nostra fede e rafforzare la nostra vita in Cristo: sono un'occasione per confrontare la nostra esperienza cristiana con quella di testimoni 'antichi' e contemporanei. I testi sono presi da: Meditazioni per l'anno liturgico. Dagli Autori di tutti i tempi.

Te beata, che hai creduto - Paolo VI
Un bambino in braccio a sua madre - Ermes Ronchi
L'Epifania del Re e Sacerdote - Natasa Govekar
Inciampare nella stella - Ermes Ronchi

Il Natale di un tempo oscuro - Carlo Maria Martini
Natale, l'«impossibile» miracolo dell'amore - Bruno Forte
Il Natale di Gesù, sorgente della speranza - papa Francesco
E' quasi un paradosso. Anzi, lo è. - Carlo Maria Martini

 

 

 

 

sito web ufficiale: www.suoredimariabambina.org