IL TEMPO DI NATALE: UN ABBRACCIO CHE SALVA
Ermes Ronchi




A Natale la Parola è un bambino che non sa parlare. L'Eterno è un neonato, appena il mattino di una vita. Un neonato non può far paura: si affida, vive solo se qualcuno lo ama e si prende cura di lui. Come ogni neonato, Gesù vivrà solo perché amato.

Siamo ricondotti al centro del mistero: la nascita di Gesù segna uno spartiacque nel cammino verso l'incontro con Dio. Per millenni gli uomini hanno cercato il suo volto, si sono posti in ascolto di una sua parola, attenti al rombo fragoroso della tempesta e al soffio di una brezza leggera. Ed ecco che all'improvviso il cielo si lacera e accade l'impossibile. E accade nella maniera più impensabile per l'uomo.
Un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Un segno normale, banale addirittura, attesta che Dio è venuto, ha assunto la fragilità come cifra del suo essere in mezzo a noi, del suo camminare al nostro fianco, come rivelazione del Padre.

I nostri schemi sono saltati. Dio è nell'infinitamente piccolo, la sua parola è un vagito di neonato, che si affida a un volto che gli sorrida, a una mano che lo accarezzi, a un seno che lo nutra. Perché solo questo è il segno dato ai pastori - e a noi - per riconoscerlo.

Come i pastori, anche noi dobbiamo sostare davanti a quella mangiatoia, la nuova arca che custodisce il mistero, con occhi nuovi, capaci di vedere ciò che all'apparenza non c'è, perché lì si gioca la nostra stessa consistenza.


 

 

 

 

Da Nazaret a Nazaret passa la nostra possibilità di incontrare il volto di Dio, da un angelo che parla a una vergine alla ferialità di trent'anni trascorsi nel silenzio. Ma passando per Betlemme, per un mangiatoia che proclama l'inaudito, la carnalità di Dio, il suo abbraccio che salva.
Gran parte della teologia ha interpretato la salvazione dell'umanità come riscatto dalla caduta, cancellazione del peccato, remissione del debito, che Cristo ha realizzato a prezzo della sua croce.

Ma sulla scia della comunità di Giovanni, un'altra interpretazione minoritaria, sostenuta in particolare da Ireneo di Lione, ha lasciato vari sedimenti interessanti nella storia, in particolare nella liturgia, affermando: la salvezza è a Natale. E ce ne fornisce alcuni esempi.

Alla messa della vigilia di Natale, l'antifona al Vangelo proclama: «Domani sarà distrutto il peccato della terra». Distrutto il peccato, per la sola nascita di Gesù. Come la luce distrugge le tenebre, come la primavera distrugge l'inverno e il giardino la steppa.
Domani accadrà, ben prima di Pasqua, in una mangiatoia e non su una croce, in un bambino che non fa niente, se non piangere e respirare e attaccarsi al seno. Eppure salva. Come se già l'incarnazione, l'entrata del Verbo nella carne avesse cambiato la composizione della carne, la densità della terra, la direzione della storia, il cuore del peccato.

A Natale, alla messa del giorno, l'antifona alla comunione afferma: «Tutti i popoli hanno veduto la salvezza del nostro Dio». Nella notte di Betlemme l'hanno veduta, e consisteva in un bambino deposto in una mangiatoia, non nel sepolcro. Hanno veduto la salvezza già presente e operante: Dio ha raggiunto l'umanità, nessuno è più perduto, perché nessuno è fuori di Dio, nessuno può andare così lontano da cadere fuori del suo abbraccio.

Sempre alla messa del giorno, la colletta invoca: «Fa' che possiamo condividere la vita divina di colui che ha condiviso la natura umana». Salvezza è questo scambio, osmosi, travaso di vita che accade a Natale. Lo Spirito si fa carne perché la carne possa farsi spirito.
La stalla di Betlemme sono io, questa mia tenda d'argilla è la grotta della natività perenne, ininterrotta, del Figlio di Dio.
Cristo nasce come figlio della terra perché io nasca come figlio del cielo: «a quanti l'hanno accolto ha dato potere» - non solo la possibilità, ma il potere: l'energia, la forza, il dinamismo - «di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). È la potenza che emana dalla sola incarnazione.

Il prologo del Vangelo di Giovanni, canto grandioso, dice: «Il Verbo si fece carne» (1,14). Non è detto che il Verbo si fece Gesù di Nazaret; non è detto neppure che il Verbo si fece uomo; no, molto di più: il Verbo si fece carne, questa carne fragile, irruente e torbida che è la nostra.

Il vasaio dell'Eden, che aveva plasmato l'uomo con un po' d'argilla, si fa lui stesso argilla di questo vaso; non solo entra nell'umanità, in ogni carne di ogni uomo e di ogni donna, come qualcosa di aggiunto o un elemento estraneo che si sovrappone, ma è detto che diventa, si fa quella carne. Non solo entra in me, ma si fa me! Se Dio è in me, se mi compone come la parte più profonda, come mio respiro e mio sogno, io sono diventato un altro, sono sostanzialmente diverso.

«O uomo, prendi coscienza di ciò che sei... considera la tua dignità regale: tu porti Dio in te» (Gregorio di Nissa). Come parte di te, la parte migliore. Se Natale non è, io non sono. Lo specifico dell'umanità è la divinità in noi. Ciò che fa sì che l'uomo sia uomo è il respiro di Dio in lui, l'incarnarsi del Verbo, il vento dello Spirito.

Un evento mai compiuto del tutto. Il Verbo si incarna continuamente: come luce nelle tenebre, come lievito nella pasta, come il pizzico di sale che dà sapore a tutto il piatto, come amore in ogni amore. E non distingui più il lievito dal pane.
Si fa carne, e lo sento come forza di attrazione verso l'alto, forza di gravità verso il cielo, che sospinge in avanti, energia verticale che urge verso l'alto.
Incarnazione significa salvezza. La salvezza è Gesù venuto dentro la carne, come lievito mite e possente di ogni esistenza, come pezzo di me, non come aggiunta estranea. Cristo è in me e in tutte le creature come forza ascensionale verso più luminosa vita. Ciascun credente è allora un Cristo incipiente, un Cristo iniziale e incompiuto: «io non sono / ancora e mai /  il Cristo / ma io sono questa / infinita possibilità» (D.M. Turoldo).

Salvezza è l'infinita possibilità di essere Cristo.
All'umanarsi di Dio - in Dante - risponde, in parallelo, l'indiarsi dell'uomo.
«Indiarsi», bellissimo verbo del nostro comune destino, che i Padri orientali hanno osato chiamare «la divinizzazione dell'uomo».

Tutto questo viene, a Natale, con l'abbraccio di Dio.







da: Ermes Ronchi, NATALE - L'abbraccio di Dio
edizione Paoline

 

 

 




 

 

 

 

 

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PROPOSTE DI MEDITAZIONI  - Desideriamo offrire testi spirituali, che possono essere di aiuto per nutrire la nostra fede e rafforzare la nostra vita in Cristo: sono un'occasione per confrontare la nostra esperienza cristiana con quella di testimoni 'antichi' e contemporanei. I testi sono presi da: Meditazioni per l'anno liturgico. Dagli Autori di tutti i tempi.

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